
Editoriale di Carla Botta
Ci sono momenti in cui la cucina smette di essere soltanto cucina. Diventa racconto, identità, relazione. Diventa il modo più immediato e autentico per avvicinare persone e culture, per parlare di un Paese senza bisogno di traduzioni. È con questo spirito che guardo al primo Festival della Cucina Italiana in Svizzera, ormai a poco più di un mese dal suo debutto. Un progetto che mi piace pensare non soltanto come una manifestazione gastronomica, ma come un vero e proprio viaggio attraverso l’Italia del gusto, capace di attraversare il territorio elvetico e costruire un dialogo tra professionisti, ristoratori, chef e pubblico.
Dieci giorni, dieci città, dieci ristoranti.
Numeri semplici, dietro i quali c’è però un’idea precisa: portare la cultura gastronomica italiana là dove l’Italia è già profondamente presente, ma dove può ancora raccontarsi attraverso nuove esperienze e nuove relazioni. Dalla Svizzera romanda a quella tedesca, fino alla Svizzera italiana, il Festival costruirà una rete diffusa di luoghi del gusto. Dieci ristoranti d’eccellenza che, per una sola notte, diventeranno simbolicamente “ambasciate del gusto italiano”. E trovo particolarmente significativo proprio questo concetto di ambasciata, perché la cucina, in fondo, è diplomazia. Una diplomazia fatta di ingredienti, gesti, profumi e memoria. Una diplomazia che non ha bisogno di protocolli e che riesce ad arrivare immediatamente alle persone. Uno degli aspetti che considero più interessanti del Festival è la scelta di mettere al centro l’incontro. Gli appuntamenti vedranno infatti lavorare fianco a fianco i resident chef dei ristoranti svizzeri e importanti protagonisti italiani dell’alta cucina e dell’arte bianca: chef, maestri pizzaioli e professionisti che porteranno con sé esperienze, tecniche e interpretazioni diverse della tradizione.
Non sarà dunque una semplice “vetrina” della cucina italiana. Sarà un confronto perché è proprio nel confronto che la tradizione rimane viva. La cucina italiana ha una forza straordinaria in quanto è riuscita, nel tempo, a cambiare senza smettere di essere riconoscibile. Ogni regione, ogni città, ogni famiglia custodisce una parte di questo patrimonio. Ma la vera sfida, oggi, è riuscire a raccontarlo senza trasformarlo in qualcosa di immobile.
Questo Festival può rappresentare qualcosa di ulteriore: la possibilità di raccontare un’Italia contemporanea, creativa, professionale, capace di valorizzare le proprie eccellenze e di dialogare con il mondo. La pasta, la pizza, il pane, la pasticceria, la cucina regionale e l’alta ristorazione non sono soltanto categorie gastronomiche ma sono strumenti attraverso i quali possiamo raccontare il territorio, il lavoro, la formazione, la qualità delle materie prime e soprattutto il talento delle persone. Dietro un piatto c’è sempre qualcuno che ha scelto di dedicare tempo, competenza e passione a un mestiere. Ed è forse questo il racconto più importante da portare oltre confine.
