
Dopo il riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità da parte dell’UNESCO, nasce il primo Festival della Cucina Italiana in Svizzera. Un progetto itinerante che attraverserà la Confederazione dal 26 ottobre al 4 novembre 2026 coinvolgendo grandi chef, maestri pizzaioli, istituzioni e imprese. Ne parliamo con Carla Botta, founder di Carbot Communication e ideatrice della manifestazione.
Il Festival della Cucina Italiana in Svizzera arriva in un momento molto particolare. Perché nasce proprio adesso?
Perché oggi la cucina italiana sta vivendo una fase storica. Il riconoscimento UNESCO del dicembre 2025 ha sancito ufficialmente ciò che da sempre rappresenta: non soltanto un patrimonio gastronomico, ma una vera espressione culturale dell’identità italiana. Ho sentito l’esigenza di costruire un progetto che sapesse raccontare questo nuovo scenario in chiave contemporanea, andando oltre gli stereotipi e trasformando la cucina in uno strumento di dialogo internazionale.
Perché proprio la Svizzera come sede della prima edizione?
La Svizzera è il luogo ideale. È uno dei Paesi europei più vicini all’Italia dal punto di vista culturale, economico e sociale. L’italiano è una lingua nazionale, la comunità italiana è profondamente radicata e il mercato svizzero rappresenta uno dei principali punti di riferimento per l’agroalimentare e la ristorazione italiana di qualità. È una piattaforma naturale da cui partire per costruire un progetto destinato ad avere un respiro internazionale.
Non sarà un festival tradizionale. Come sarà organizzato?
Abbiamo immaginato un format completamente nuovo. Non un evento concentrato in un’unica città, ma una manifestazione diffusa che attraverserà la Svizzera, coinvolgendo dieci ristoranti italiani d’eccellenza con pizzeria tra Lugano, Zurigo, Ginevra, Berna, Losanna, Neuchâtel e Aarau. Ogni tappa diventerà un’occasione di incontro tra territori, professionisti e culture.
Il cuore della manifestazione saranno gli incontri tra chef e pizzaioli.
Esattamente. Ogni serata sarà costruita attorno a esperienze gastronomiche “a otto mani”, nelle quali gli chef resident lavoreranno insieme ai grandi protagonisti della cucina italiana contemporanea. Saranno menu pensati come racconti, capaci di mettere in dialogo tradizione, ricerca, sostenibilità e innovazione.
Colpisce molto anche la presenza della pizza accanto all’alta cucina.
Per me era fondamentale. Oggi la pizza rappresenta una delle espressioni più evolute della cultura gastronomica italiana. Non è più soltanto un simbolo popolare, ma un linguaggio gastronomico sofisticato, frutto di ricerca, tecnica e cultura. Volevo che alta cucina e arte bianca fossero raccontate sullo stesso piano, perché entrambe rappresentano l’eccellenza italiana.
Tra gli ospiti figurano alcuni dei nomi più importanti della gastronomia italiana.
Sì, ed è un motivo di grande soddisfazione. Abbiamo coinvolto chef come Pasquale Palamaro, Gennaro Esposito, Antonia Klugmann, Antonio Guida, Claudio Sadler, Ciccio Sultano e Niko Romito, insieme a grandi maestri pizzaioli come Francesco Martucci, Franco Pepe, Ciro Salvo, Gino Sorbillo, Simone Padoan, Enzo Coccia, Pier Daniele Seu, Ciro Oliva e Raf Bonetta.
La loro presenza va oltre il valore mediatico. Ognuno rappresenta un territorio, una filosofia produttiva, una visione della cucina italiana. Insieme raccontano la straordinaria pluralità culturale del nostro Paese.
Il Festival sembra andare oltre la dimensione gastronomica.
Assolutamente. La cucina italiana oggi è uno dei più efficaci strumenti di diplomazia culturale. Dietro ogni piatto c’è un sistema che comprende agricoltura, imprese, vino, turismo, artigianato, design, ricerca e territori. Parlare di cucina significa parlare dell’Italia nella sua interezza.
Per questo il Festival vuole essere anche una piattaforma di relazioni tra istituzioni, aziende e professionisti.
L’inaugurazione infatti sarà istituzionale.
Sì. Apriremo il 26 ottobre a Zurigo con un incontro dedicato al futuro della cucina italiana e del Made in Italy, coinvolgendo Ambasciata d’Italia a Berna, Consolato Generale d’Italia a Zurigo, ICE, Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, Associazione Italiana Sommelier e Accademia Italiana della Cucina.
Affronteremo temi fondamentali: sostenibilità, promozione dell’agroalimentare, nuove professionalità della ristorazione e opportunità economiche tra Italia e Svizzera.
Lei parla spesso della cucina italiana come “soft power”. Cosa significa concretamente?
Significa riconoscere che la cucina è uno dei linguaggi più efficaci con cui l’Italia dialoga con il mondo. Attraverso il cibo esportiamo cultura, valori, identità e qualità. È un patrimonio che genera reputazione, crea relazioni economiche e contribuisce all’immagine internazionale del Paese.
Il riconoscimento UNESCO ci affida anche una responsabilità: raccontare questo patrimonio in maniera autorevole, contemporanea e credibile.
Che futuro immagina per questo Festival?
Mi piacerebbe che diventasse una piattaforma permanente di promozione della cultura gastronomica italiana nel mondo. Vorrei che ogni edizione costruisse nuove connessioni tra ristorazione, imprese, istituzioni e territori, facendo della cucina italiana uno strumento sempre più forte di dialogo internazionale.
Il nostro obiettivo non è semplicemente organizzare una manifestazione gastronomica. Vogliamo costruire un progetto culturale destinato a crescere negli anni.
Se dovesse riassumere il senso del Festival in una frase?
Direi questo: non vogliamo soltanto portare la cucina italiana nel mondo. Vogliamo offrire al mondo gli strumenti per comprenderne davvero il valore culturale, sociale ed economico. È questa la sfida più ambiziosa del Festival della Cucina Italiana in Svizzera.
